Inviato da:
Alessandro Serra
10/04/2009
Roberto Floreani, veneziano di nascita,vive e lavora a Vicenza. È uno
degli artisti più interessanti della sua generazione, come conferma
l’invito a partecipare alla mostra «Collaudi», curata da Beatrice
Buscaroli e Luca Beatrice, che aprirà il 7 giugno il nuovo Padiglione
Italia della 53° Biennale di Venezia. Le sue posizioni rispetto alle
avanguardie, quella che lui chiama arte di regime sono molto nette. È
stufo di quelle provocazioni che piacciono tanto al mercato dei
collezionisti.
C’è un fatto nuovo all’esposizione veneziana di
quest’anno: la riscoperta della pittura e del disegno, di cui lei è uno
degli artisti più apprezzati. Significa che la videoarte, le
installazioni, eccetera, cominciano a segnare il passo?
«Io
rivendico, nella mia opera, la sapienza del fare, il corpo della
pittura e per questo preparo la base del quadro, i colori, insomma uso
una metodologia rinascimentale, pur essendo un artista del mio tempo.
Il disegno è fondamentale, a patto che non diventi virtuosismo fine a
se stesso e che l’artista non diventi prigioniero della sua bravura. Io
valuto la tradizione ma contemporaneamente mi sento figlio dei
futuristi. Loro sono costruttori, mentre Duchamp e i dadaisti sono
distruttori dell’arte. Credo profondamente nel corpo della pittura, che
deve sempre vedersi».
Che cosa è la pittura astratta, di cui lei è un brillante esponente?
«La
novità assoluta del Novecento, soprattutto per gli artisti della mia
generazione (sono nato nel 1956), è l’astrazione. Balla è stato il più
geniale in questa direzione e io mi sento assai più vicino a lui che a
Kandinski. Lui ha un’idea calda, emozionante dell’astrazione, mentre in
Kandinski c’è un’idea più fredda, più costruita dell’immagine astratta.
Le mie radici di artista sono però anche di tipo filosofico e
letterario. Marinetti e Ezra Pound hanno influenzato me e tutti quegli
artisti che non si sono legati oggi a un’arte di regime».
Che cosa intende con «arte di regime»?
«Arte
di regime non in senso ideologico, ma in senso economico, perché oggi,
e rispondo alla sua prima domanda, l’arte nasce dalla comunicazione e
dal denaro. Guardi che cosa ha fatto Saatchi che, da un giorno
all’altro, si è inventato paladino di artisti che, come Damien Hirst,
affettano gli animali o fanno anche di peggio. Noi abbiamo Cattelan con
le sue provocazioni esaltate dai media, come l’asino impagliato e
Vanessa Beecroft con i suoi recenti extracomunitari che hanno
sostituito le modelle nude dipinte. Gli artisti portati dal mercato
cavalcano un’arte spettacolare, pruriginosa, falsamente trasgressiva,
applaudita da tutti quelli che contano, dai media ai direttori dei
musei fino ai critici. Una volta l’avanguardia veniva fischiata, oggi
quella che viene spacciata per tale, riceve solo elogi e quotazioni
abnormi sul mercato».
Ma che cosa deve essere l’artista che non si vuole piegare a questo stato di cose?
«Deve
essere inattuale, riprendendo la manualità, gli strumenti della pittura
contro tanta arte contemporanea, che mutua i suoi temi perfino da
internet. La molla del pensiero nuovo deve essere quella di andare
controcorrente, come hanno fatto i futuristi, ma anche Pound e Céline.
Oggi se vivesse, Marinetti canterebbe canti gregoriani in chiesa». Forse nasce tutto dal fatto che abbiamo svuotato la vita dei contenuti...
«Credo di sì. Nell’arte di oggi c’è un problema di natura etica».
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