Piano-casa: spazio alle persone e alla libera iniziativa di chi ci abita Aguardare
certe periferie delle nostre città, ingigantitesi dal secondo
dopoguerra in poi, le affermazioni con cui Salingaros bolla il nefasto
rapporto nato tra certi assessorati e alcune stelle dell’architettura
moderna sembrano fin troppo edulcorate, e fa sorridere che qualcuno
abbia paventato lo spettro della «cementificazione del Paese» per
osteggiare il “premio cubatura” voluto dal presidente del Consiglio
Silvio Berlusconi come incentivo chiave del nuovo decreto governativo
in materia di edilizia residenziale. Ma da ridere c’è ben poco, perché
questo populistico ostruzionismo da sinistra non è altro che l’ennesima
tappa di un iter politico costruito sui no e sul non fare (in ossequio
al laccio burocratico contro ogni iniziativa personale), figlio di una
cultura passiva e nichilista che solo quando le serve torna a
sbandierare il valore delle tradizioni e del bello. Ma
è evidente a chiunque che peggio di certi monumentali scempi non si
possa fare, e soprattutto che il Paese non possa che guadagnarci dal
rinnovamento e riammodernamento del proprio parco
architettonico-edilizio. Sia in termini estetici sia dal punto di vista
pratico, guardando al risvolto funzional-abitativo quanto a quello
economico. La
bolla dei mutui, infatti, qualche mese fa era stata la goccia che fece
traboccare il vaso di una finanza internazionale troppo eterea e
azzardata, ma è proprio dalla proverbiale solidità del mattone che si
può provare a ripartire. Perché,
a dispetto dell’idea di Franceschini e soci, il piano casa studiato dal
governo non è un trucco per consentire ai piccoli imprenditori italiani
(vera ossessione delle sinistre benché colonna portante del Paese) di
regalare un ulteriore vano alla loro villetta vista mare, ma un elenco
rigoroso e puntuale di «misure urgenti per il rilancio dell’economia
attraverso la ripresa delle attività imprenditoriali edili», come
recita il titolo del decreto stesso e come dimostra l’interessamento
della quasi totalità dei ministri europei, settimana scorsa a
Bruxelles. Il
risultato dell’intera operazione, infatti, prima ancora di un
patrimonio immobiliare rivalutato, sarà quello di una committenza
diffusa, con investimenti reali e mirati da parte di proprietari tesi a
migliorare il loro contesto abitativo, senza aspettare l’illuminazione
di qualche urbanista. Talenti così cool e così cari a quei governatori
rossi che, in questo momento di leadership debolissima, non vedono
l’ora di farsi uno spot.
Matteo Tosi
Gli
architetti di questa generazione, organici al sistema politico,
partoriranno con ogni probabilità esperimenti urbani fallimentari. Un
numero sempre crescente di rilevantissimi sviluppi urbani viene
progettato da “archistar” utilizzando criteri del tutto identici a
quelli del recente passato, solo con soluzioni più “scintillanti”
all’esterno. Non stiamo parlando del collasso di un insieme di
teorie, o di un gruppo di architetti e pianificatori: è il collasso di
un’intera disciplina, nata alla conclusione del Novecento in conformità
a idee di controllo dall’alto. Oggi sappiamo che i fenomeni urbani sono
enormemente complessi e quindi, per loro natura, refrattari a forme di
governo top-down (dall’alto verso il basso). Non abbiamo bisogno solo
di architetti e pianificatori migliori: ciò di cui abbiamo bisogno sono
architetti e pianificatori di diverso genere, che affrontino la sfida
dell’auto-organizzazione nell’ambiente costruito in maniera abbastanza
seria da studiare nuove forme di rappresentazione, previsione e
intervento sui fenomeni urbani. In particolare abbiamo bisogno di una
maggiore consapevolezza che tutto ciò non ha niente a che fare con lo
stile, ma coinvolge invece pienamente la struttura.
Al cuore
della nostra tesi c’è la distinzione fra tessuti urbani vitali e non
vitali. Sembra esserci una stretta correlazione tra la qualità degli
spazi della città (cioè il loro carattere vitale o non vitale) e il
tipo di processo che ne ha determinato la formazione e la crescita:
sono, questi, processi auto-organizzati su piccola scala attraverso
dinamiche bottom-up (dal basso in alto), ovvero sono progettati su
grande scala secondo forme top-down? Parliamo del fallimento di
una disciplina che per l’intera durata del secolo scorso ha contribuito
a costruire realizzazioni anti-umane dovunque si sia trovata a operare
sul terreno, per quanto le è stato possibile. Per poter reintrodurre
quella qualità positiva che Christopher Alexander ha chiamato wholeness
(integrità), qualità che può emergere solo spontaneamente e non può
essere progettata, dobbiamo cercare forme di genere affatto diverso per
la descrizione, la prefigurazione e la trasformazione degli spazi
urbani. Architetti, urbanisti e politici hanno prestato fede
all’ideologia modernista del progetto, secondo la quale la città del
futuro doveva costruirsi su quegli ampi spazi dispersi che sono il
prodotto di un disegno fortemente formalista. Un rilevante capitale
politico si è legato a matrici geometriche astratte attraverso la loro
connessione a semantiche di forte attrazione intorno a termini come
“libertà”, “iniziativa individuale”, “spazio del movimento politico”,
ecc.
Nessuno di questi slogan ha mai considerato la natura
scientifica della forma della città, né ha prestato sufficiente
attenzione alle modalità effettive di utilizzo degli spazi da parte
delle persone. Il potere iconico delle immagini moderniste è stato
sufficiente a procurarne la continua applicazione, un fenomeno
distruttivo che continua tuttora, perché quelle disastrose forme del
costruire hanno assunto valore cogente all’interno del sistema
normativo urbanistico. Gli architetti si dedicano all’inganno
sistematico (o semplicemente al velleitarismo ingenuo) mostrando
immagini virtuali dei loro progetti nelle quali un gran numero di
pedoni popola gli spazi aperti, in realtà mortiferi e votati al
deserto. È molto facile inserire figure umane nelle grafiche di
presentazione dei progetti, ma quelle immagini attraenti (e
ingannevolmente realistiche) generalmente non hanno alcun serio
rapporto con la realtà finale degli spazi costruiti. Nella maggior
parte dei casi quegli spazi sono inutili perché, semplicemente, le
persone non li useranno, visto che non c’è motivo per farlo. Se
casualmente i pedoni si avventurassero in spazi di questo genere
avvertirebbero insicurezza, ansia, un sentimento di sradicamento dal
luogo, disorientamento, la sensazione di essersi persi. È uno stato
emotivo simile alla sensazione che si prova quando si cammina in un
enorme parcheggio all’aperto. Di conseguenza le persone eviteranno uno
spazio simile e ne usciranno appena possibile.
Incontro tra persone Diversamente
dall’approccio modernista al progetto, che determina e impone alle
persone le forme di comportamento, noi lavoriamo per creare situazioni
che rendano possibile la scelta individuale. Desideriamo facilitare
l’esposizione e il contatto casuale con gli altri esseri umani, che in
un ambiente urbano correttamente concepito non dà luogo a dinamiche
caotiche. L’incontro tra le persone, al pari dei cambiamenti spaziali
nella microscala della struttura urbana, non è predeterminato da
nessuno, ma è influenzato dalla geometria urbana e dalla morfologia
dello spazio. Nessuno dovrebbe essere forzato a incontrare altre
persone, a unire due lotti adiacenti, a cambiare la destinazione d’uso
della sua proprietà, ma tutti dovrebbero avere queste possibilità. Noi
pianificatori dobbiamo garantire a tutti questo livello di libertà. Sappiamo
delle piazze nelle città storiche, in cui il successo dello spazio
urbano è del tutto indipendente dalle caratteristiche stilistiche (ma
non da quelle geometriche) delle costruzioni circostanti. Queste
potrebbero non offrire particolare valore architettonico,
occasionalmente presentare segni di degrado, esser state oggetto di
cattivi restauri, perfino non essere mai state particolarmente
notevoli. La loro struttura spaziale, tuttavia, è ricca perché è stata
fondata, connessa e rafforzata in lunghi periodi di tempo. Spazi urbani
centrali di questa natura sono vivaci, vengono utilizzati da molte
persone a piedi, spesso accolgono mercati e sono rimasti popolari nel
corso della storia fino a oggi, contribuendo persino a collegare il
centro storico alla periferia. Lo spazio urbano, sorretto da una
struttura vitale, ha vivificato le costruzioni circostanti. Adattandosi
agli usi pedonali dello spazio urbano che contribuiscono a definire, le
costruzioni si sono adattate tipologicamente al resto del tessuto
urbano vitale. E si sono spesso evolute nel senso di una maggiore
coerenza rispetto alle costruzioni antiche del centro storico, che non
alle costruzioni periferiche del Dopoguerra.
Oggi tutto ciò
che viene del passato viene rinnegato. Può essere, in parte, un
atteggiamento positivo, perché è necessario guardare avanti; ma se non
procediamo a un esame approfondito delle cause che hanno determinato il
disastro urbano della periferia contemporanea, rischiamo di rifare gli
stessi errori travestiti sotto una diversa maschera. Richiamiamo quindi
l’attenzione su tre pericolose tendenze contemporanee: 1) Molti
continuano a invocare la figura dell’architetto-demiurgo capace di
risolvere col progetto i problemi sociali, senza riflettere sugli
errori del passato e del presente, secondo un atteggiamento che fu
tipico della “risposta amministrativa” ai bisogni di massa nel
dopoguerra e, attraverso il Sessantotto, fino ai giorni nostri. 2)
Si continuano a progettare interventi urbani completamente avulsi dalla
nostra tradizione storica, con progetti del tutto simili nella sostanza
a quelli che si vogliono demolire. Queste nuove proposte sono
superficialmente nobilitate da un’architettura un po’ più “alla moda”
che oggi è di tendenza, ma che alla prossima stagione diventerà
obsoleta. Gli odierni progetti urbani sono arricchiti dai nuovi
simboli, per esempio il grattacielo, che ogni sindaco che si rispetti
desidera, tramite la copertura ideologica del nuovo slogan
dell’urbanisticamente corretto, cioè “sostenibilità”. La sostenibilità
diventa l’elemento generatore del progetto, in modo del tutto
strumentale e sostanzialmente falso. Per esempio, vediamo il
grattacielo di vetro presentato come tipologia sostenibile, quando esso
rappresenta l’esatto contrario. 3) Anche il mix sociale di cui si
dice spesso sembra orientarsi più verso un’operazione totalitaria di
ingegneria sociale (a livello etico) che verso un’idea organica
sostenuta dal disegno urbano. Soltanto la progettazione urbana su scala
umana può rendere l’obiettivo del mix sociale raggiungibile,
attraverso l’obbedienza alle regole della geometria realizzata nella
città tradizionale.
Non è né una questione stilistica, né una
nostalgia romantica per il passato, come vogliono far credere gli
architetti sostenitori della “modernità”. Gli slogan negativi che si
riferiscono a “forme obsolete di vita sociale” e a “spazio pubblico
storicamente superato” continuano a sostenere tipologie urbane
mortifere che impediscono la formazione del tessuto urbano vitale. I
loro seguaci imbevuti d’ideologia perpetuano immagini dogmatiche di una
modernità idealizzata, ciechi al danno che esse provocano alla città
vitale. Il loro obiettivo è solo relegare i sostenitori di un approccio
umanistico alla città (e dell’architettura più appropriata a questo
fine) ai margini del dibattito culturale, e soprattutto di escludere
gli architetti/ urbanisti umanisti dal lavoro professionale e
universitario. Non è solo colpa degli architetti. Politici, sindaci
e amministratori che non hanno cognizioni di urbanistica generativa
mascherano questa insufficienza scimmiottando l’architettura alla moda.
Quando i funzionari municipali guardano una rivista di architettura che
illustra le ultime meraviglie delle “archistar”, sognano una mossa in
grado di risolvere da sola i loro problemi: edificare qualcosa che li
renda famosi. Precisamente per questo motivo un sindaco darà una
commissione a un architetto celebre (perfino non urbanista) per
progettare un nuovo quartiere della sua città. Un gioco irresponsabile
di progettazione urbana ha dato origine a interi quartieri che oggi
sono luoghi riconosciuti di degrado urbano, caratterizzati dalla più
bassa qualità architettonica e da un pessimo livello di convivenza
sociale.
Nikos A. Salìngaros#
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