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Inviato da: Alessandro Serra
29/03/2009

Edilizia: piazza pulita delle archistar che hanno sinistrato le nostre città
Basta con la tendenza ad affidarsi ai “grandi nomi”: il progetto dei quartieri abitativi deve ripartire dalla qualità degli spazi umani.  Un urbanista statunitense spiega come combattere “l’architettura della morte”
di Nikos A. Salìngaros e Matteo Tosi

Piano-casa: spazio alle persone e alla libera iniziativa di chi ci abita
Aguardare certe periferie delle nostre città, ingigantitesi dal secondo dopoguerra in poi, le affermazioni con cui Salingaros bolla il nefasto rapporto nato tra certi assessorati e alcune stelle dell’architettura moderna  sembrano fin troppo edulcorate, e fa sorridere che qualcuno abbia paventato lo spettro della «cementificazione del Paese» per osteggiare il “premio cubatura” voluto dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi come incentivo chiave del nuovo decreto governativo in materia di edilizia residenziale. Ma da ridere c’è ben poco, perché questo populistico ostruzionismo da sinistra non è altro che l’ennesima tappa di un iter politico costruito sui no e sul non fare (in ossequio al laccio burocratico contro ogni iniziativa personale), figlio di una cultura passiva e nichilista che solo quando le serve torna a sbandierare il valore delle tradizioni e del bello.
Ma è evidente a chiunque che peggio di certi monumentali scempi non si possa fare, e soprattutto che il Paese non possa che guadagnarci dal rinnovamento e riammodernamento del proprio parco architettonico-edilizio. Sia in termini estetici sia dal punto di vista pratico, guardando al risvolto funzional-abitativo quanto a quello economico.
La bolla dei mutui, infatti, qualche mese fa era stata la goccia che fece traboccare il vaso di una finanza internazionale troppo eterea e azzardata, ma è proprio dalla proverbiale solidità del mattone che si può provare a ripartire.
Perché, a dispetto dell’idea di Franceschini e soci, il piano casa studiato dal governo non è un trucco per consentire ai piccoli imprenditori italiani (vera ossessione delle sinistre benché colonna portante del Paese) di regalare un ulteriore vano alla loro villetta vista mare, ma un elenco rigoroso e puntuale di «misure urgenti per il rilancio dell’economia attraverso la ripresa delle attività imprenditoriali edili», come recita il titolo del decreto stesso e come dimostra l’interessamento della quasi totalità dei ministri europei, settimana scorsa a Bruxelles. 
Il risultato dell’intera operazione, infatti, prima ancora di un patrimonio immobiliare rivalutato, sarà quello di una committenza diffusa, con investimenti reali e mirati da parte di proprietari tesi a migliorare il loro contesto abitativo, senza aspettare l’illuminazione di qualche urbanista. Talenti così cool e così cari a quei governatori rossi che, in questo momento di leadership debolissima, non vedono l’ora di farsi uno spot.
Matteo Tosi


Gli architetti di questa generazione, organici al sistema politico, partoriranno con ogni probabilità esperimenti urbani fallimentari. Un numero sempre crescente di rilevantissimi sviluppi urbani viene progettato da “archistar” utilizzando criteri del tutto identici a quelli del recente passato, solo con soluzioni più “scintillanti” all’esterno.
Non stiamo parlando del collasso di un insieme di teorie, o di un gruppo di architetti e pianificatori: è il collasso di un’intera disciplina, nata alla conclusione del Novecento in conformità a idee di controllo dall’alto. Oggi sappiamo che i fenomeni urbani sono enormemente complessi e quindi, per loro natura, refrattari a forme di governo top-down (dall’alto verso il basso). Non abbiamo bisogno solo di architetti e pianificatori migliori: ciò di cui abbiamo bisogno sono architetti e pianificatori di diverso genere, che affrontino la sfida dell’auto-organizzazione nell’ambiente costruito in maniera abbastanza seria da studiare nuove forme di rappresentazione, previsione e intervento sui fenomeni urbani. In particolare abbiamo bisogno di una maggiore consapevolezza che tutto ciò non ha niente a che fare con lo stile, ma coinvolge invece pienamente la struttura.

Al cuore della nostra tesi c’è la distinzione fra tessuti urbani vitali e non vitali. Sembra esserci una stretta correlazione tra la qualità degli spazi della città (cioè il loro carattere vitale o non vitale) e il tipo di processo che ne ha determinato la formazione e la crescita: sono, questi, processi auto-organizzati su piccola scala attraverso dinamiche bottom-up (dal basso in alto), ovvero sono progettati su grande scala secondo forme top-down?
Parliamo del fallimento di una disciplina che per l’intera durata del secolo scorso ha contribuito a costruire realizzazioni anti-umane dovunque si sia trovata a operare sul terreno, per quanto le è stato possibile. Per poter reintrodurre quella qualità positiva che Christopher Alexander ha chiamato wholeness (integrità), qualità che può emergere solo spontaneamente e non può essere progettata, dobbiamo cercare forme di genere affatto diverso per la descrizione, la prefigurazione e la trasformazione degli spazi urbani.
Architetti, urbanisti e politici hanno prestato fede all’ideologia modernista del progetto, secondo la quale la città del futuro doveva costruirsi su quegli ampi spazi dispersi che sono il prodotto di un disegno fortemente formalista. Un rilevante capitale politico si è legato a matrici geometriche astratte attraverso la loro connessione a semantiche di forte attrazione intorno a termini come “libertà”, “iniziativa individuale”, “spazio del movimento politico”, ecc.

Nessuno di questi slogan ha mai considerato la natura scientifica della forma della città, né ha prestato sufficiente attenzione alle modalità effettive di utilizzo degli spazi da parte delle persone. Il potere iconico delle immagini moderniste è stato sufficiente a procurarne la continua applicazione, un fenomeno distruttivo che continua tuttora, perché quelle disastrose forme del costruire hanno assunto valore cogente all’interno del sistema normativo urbanistico.
Gli architetti si dedicano all’inganno sistematico (o semplicemente al velleitarismo ingenuo) mostrando immagini virtuali dei loro progetti nelle quali un gran numero di pedoni popola gli spazi aperti, in realtà mortiferi e votati al deserto. È molto facile inserire figure umane nelle grafiche di presentazione dei progetti, ma quelle immagini attraenti (e ingannevolmente realistiche) generalmente non hanno alcun serio rapporto con la realtà finale degli spazi costruiti.
Nella maggior parte dei casi quegli spazi sono inutili perché, semplicemente, le persone non li useranno, visto che non c’è motivo per farlo. Se casualmente i pedoni si avventurassero in spazi di questo genere avvertirebbero insicurezza, ansia, un sentimento di sradicamento dal luogo, disorientamento, la sensazione di essersi persi. È uno stato emotivo simile alla sensazione che si prova quando si cammina in un enorme parcheggio all’aperto. Di conseguenza le persone eviteranno uno spazio simile e ne usciranno appena possibile.

Incontro tra persone
Diversamente dall’approccio modernista al progetto, che determina e impone alle persone le forme di comportamento, noi lavoriamo per creare situazioni che rendano possibile la scelta individuale. Desideriamo facilitare l’esposizione e il contatto casuale con gli altri esseri umani, che in un ambiente urbano correttamente concepito non dà luogo a dinamiche caotiche. L’incontro tra le persone, al pari dei cambiamenti spaziali nella microscala della struttura urbana, non è predeterminato da nessuno, ma è influenzato dalla geometria urbana e dalla morfologia dello spazio. Nessuno dovrebbe essere forzato a incontrare altre persone, a unire due lotti adiacenti, a cambiare la destinazione d’uso della sua proprietà, ma tutti dovrebbero avere queste possibilità. Noi pianificatori dobbiamo garantire a tutti questo livello di libertà.
Sappiamo delle piazze nelle città storiche, in cui il successo dello spazio urbano è del tutto indipendente dalle caratteristiche stilistiche (ma non da quelle geometriche) delle costruzioni circostanti. Queste potrebbero non offrire particolare valore architettonico, occasionalmente presentare segni di degrado, esser state oggetto di cattivi restauri, perfino non essere mai state particolarmente notevoli. La loro struttura spaziale, tuttavia, è ricca perché è stata fondata, connessa e rafforzata in lunghi periodi di tempo. Spazi urbani centrali di questa natura sono vivaci, vengono utilizzati da molte persone a piedi, spesso accolgono mercati e sono rimasti popolari nel corso della storia fino a oggi, contribuendo persino a collegare il centro storico alla periferia. Lo spazio urbano, sorretto da una struttura vitale, ha vivificato le costruzioni circostanti. Adattandosi agli usi pedonali dello spazio urbano che contribuiscono a definire, le costruzioni si sono adattate tipologicamente al resto del tessuto urbano vitale. E si sono spesso evolute nel senso di una maggiore coerenza rispetto alle costruzioni antiche del centro storico, che non alle costruzioni periferiche del Dopoguerra.

Oggi tutto ciò che viene del passato viene rinnegato. Può essere, in parte, un atteggiamento positivo, perché è necessario guardare avanti; ma se non procediamo a un esame approfondito delle cause che hanno determinato il disastro urbano della periferia contemporanea, rischiamo di rifare gli stessi errori travestiti sotto una diversa maschera. Richiamiamo quindi l’attenzione su tre pericolose tendenze contemporanee:
1) Molti continuano a invocare la figura dell’architetto-demiurgo capace di risolvere col progetto i problemi sociali, senza riflettere sugli errori del passato e del presente, secondo un atteggiamento che fu tipico della “risposta amministrativa” ai bisogni di massa nel dopoguerra e, attraverso il Sessantotto, fino ai giorni nostri.
2) Si continuano a progettare interventi urbani completamente avulsi dalla nostra tradizione storica, con progetti del tutto simili nella sostanza a quelli che si vogliono demolire. Queste nuove proposte sono superficialmente nobilitate da un’architettura un po’ più “alla moda” che oggi è di tendenza, ma che alla prossima stagione diventerà obsoleta. Gli odierni progetti urbani sono arricchiti dai nuovi simboli, per esempio il grattacielo, che ogni sindaco che si rispetti desidera, tramite la copertura ideologica del nuovo slogan dell’urbanisticamente corretto, cioè “sostenibilità”. La sostenibilità diventa l’elemento generatore del progetto, in modo del tutto strumentale e sostanzialmente falso. Per esempio, vediamo il grattacielo di vetro presentato come tipologia sostenibile, quando esso rappresenta l’esatto contrario.
3) Anche il mix sociale di cui si dice spesso sembra orientarsi più verso un’operazione totalitaria di ingegneria sociale (a livello etico) che verso un’idea organica sostenuta dal disegno urbano. Soltanto la progettazione urbana su scala umana può rendere l’obiettivo del mix sociale  raggiungibile, attraverso l’obbedienza alle regole della geometria realizzata nella città tradizionale.

Non è né una questione stilistica, né una nostalgia romantica per il passato, come vogliono far credere gli architetti sostenitori della “modernità”. Gli slogan negativi che si riferiscono a “forme obsolete di vita sociale” e a “spazio pubblico storicamente superato” continuano a sostenere tipologie urbane mortifere che impediscono la formazione del tessuto urbano vitale. I loro seguaci imbevuti d’ideologia perpetuano immagini dogmatiche di una modernità idealizzata, ciechi al danno che esse provocano alla città vitale. Il loro obiettivo è solo relegare i sostenitori di un approccio umanistico alla città (e dell’architettura più appropriata a questo fine) ai margini del dibattito culturale, e soprattutto di escludere gli architetti/ urbanisti umanisti dal lavoro professionale e universitario.
Non è solo colpa degli architetti. Politici, sindaci e amministratori che non hanno cognizioni di urbanistica generativa mascherano questa insufficienza scimmiottando l’architettura alla moda. Quando i funzionari municipali guardano una rivista di architettura che illustra le ultime meraviglie delle “archistar”, sognano una mossa in grado di risolvere da sola i loro problemi: edificare qualcosa che li renda famosi. Precisamente per questo motivo un sindaco darà una commissione a un architetto celebre (perfino non urbanista) per progettare un nuovo quartiere della sua città. Un gioco irresponsabile di progettazione urbana ha dato origine a interi quartieri che oggi sono luoghi riconosciuti di degrado urbano, caratterizzati dalla più bassa qualità architettonica e da un pessimo livello di convivenza sociale.
Nikos A. Salìngaros#

 

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 Alessandro Serra - Cagliari