Inviato da:
Alessandro Serra
04/03/2009
Tre mesi di sospensione per l’avvocato
Antonio Di Pietro. L’ex pm di Mani Pulite si è visto confermare dal
Consiglio nazionale forense la «sanzione» del Consiglio dell’Ordine
degli avvocati di Bergamo che aveva già stigmatizzato il «doppio ruolo»
ricoperto nei confronti di un amico di Montenero coinvolto in un
omicidio: prima il neo avvocato ne prese le difese, poi passò tra le
parti civili che sostenevano la tesi dell’accusa. Una cosa che non si
fa: «La condotta del professionista - si legge nelle motivazioni della
decisione - integra certamente la violazione dei doveri di lealtà,
correttezza e di fedeltà (articolo 5, 6, 7 del codice deontologico
forense) nei confronti della parte assistita e integra altresì
l’illecito deontologico». A seguito degli accertamenti svolti, e della
sussistenza degli illeciti contestati, «non può che conseguire la
sanzione disciplinare». Calcolata in tre mesi di sospensione
dell’esercizio della funzione di avvocato in quanto «adeguata alla
gravità dell’illecito compiuto».
La storia è alquanto intricata. Pasqualino
Cianci, amico d’infanzia di Tonino, l’8 marzo 2002 viene trovato ferito
nella sua casa di Montenero di Bisaccia accanto al corpo senza vita
della moglie, Giuliana. Mentre era in ospedale, Di Pietro, accorso da
Milano, ne assume la difesa. Dopodiché l’ex pm lo ospita personalmente
a casa per alcuni giorni. Trascorsa una settimana il colpo di scena: Di
Pietro rinuncia all’incarico non appena ha «sentore» che l’amico
potrebbe finire indagato, come di lì a poco effettivamente avviene. E
alla prima udienza in Corte d’assise Cianci, ormai imputato, si ritrova
l’amico del cuore - quello con cui aveva diviso il seminario, le feste
comandate e le ferie - dall’altra parte della barricata.
A quel punto, incredulo e un po’ meno amico
di prima, Cianci presenta un esposto all’Ordine di Bergamo per infedele
patrocinio. Esposto che viene accolto, in gran parte, e tradotto nella
sanzione disciplinare di tre mesi. Di Pietro si difende. Sostiene di
non avere mai difeso Cianci in qualità di imputato. Nega qualsiasi
conflitto di interesse. Afferma d’aver ricevuto una sorta di «mandato
collettivo» dalle parti civili e di aver rinunciato alla difesa
dell’amico quando era ancora parte lesa. L’appello, però, gli dà torto:
per 90 giorni non può fare l’avvocato. Il Consiglio nazionale scagliona
cronologicamente gli eventi che inchiodano l’«avvocato Di Pietro» a un
comportamento non corretto. Una condotta «che integra certamente la
violazione di doveri di lealtà, correttezza e fedeltà nei confronti
della parte assistita - si legge nelle motivazioni della decisione - e
integra altresì l’illecito previsto dall’articolo 51 del codice
deontologico forense». Una norma che fa espresso divieto al legale di
«assumere incarico contro un ex cliente, in particolare quando il nuovo
incarico è inerente lo stesso procedimento nel quale è stato espletato
l’incarico precedente».
Il Consiglio arriva a sanzionare il Tonino
nazionale ripercorrendo le sue stesse azioni: l’assunzione del mandato
di difensore il giorno dell’omicidio, l’incarico di carattere medico
legale conferito al consulente Armando Colagreco, l’interrogatorio -
come indagini difensive - del testimone Antonio Sparvieri (consuocero
di Pasqualino Cianci). Dopodiché, a sorpresa, «il 19 marzo 2002,
l’avvocato Di Pietro, quale avvocato difensore dei familiari della
signora D’Ascenzio, depositava agli atti del procedimento penale una
memoria difensiva mediante la quale, dando atto della nomina di un
nuovo difensore di Pasqualino Cianci a seguito di contestuale sua
rinuncia di mandato (Cianci dice di non aver firmato alcuna revoca,
ndr) dimetteva copia dell’atto di nomina del nuovo difensore e le
dichiarazioni a lui rese dal testimone Sparvieri». Con lo stesso atto,
osserva il Consiglio nazionale forense, Di Pietro «chiedeva che fossero
acquisiti alcuni documenti specifici che si trovavano presso
l’abitazione della defunta e del suo precedente assistito Pasqualino
Cianci e che fossero svolte presso istituti di credito e nei confronti
di privati, nuove indagini in relazione ai rapporti economici da questi
intrattenuti con Pasqualino Cianci». Qualche tempo dopo – chiosa il
documento disciplinare – Pasqualino Cianci «era iscritto nel registro
degli indagati e il 16 aprile 2002 tratto in arresto». In primo grado
Cianci (che urla la sua innocenza) è stato condannato a 21 anni per
uxoricidio.
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