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Inviato da:
Alessandro Serra
13/11/2008

Difficile, impossibile: neanche chi ha avuto un lutto grave può immedesimarsi nel dramma vissuto dai familiari di Eluana Engaro. Tanti invece sentono il bisogno di aprire la bocca, spesso a sproposito, su una situazione così complessa. Mi spaventa un mondo in cui in qualche modo venga configurato, peraltro con una sentenza creativa, un “diritto a morire”. Se mai questo diritto fosse configurabile, resterebbe comunque in piedi la questione più importante, quella che non può essere sciolta in alcun modo: l’unica persona titolare di tale presunto diritto, legittimata a decidere, infatti, non è in condizione di decidere, né di comunicare. In ogni caso l’autodeterminazione – come ha ricordato qualcuno- deve essere legata ad un valore: il valore è la vita, non la morte! A chi spetta, allora, una decisione così crudele? Può essere messa nelle mani di un magistrato, di un medico, di un familiare che, a seconda delle convinzioni personali, religiose o politiche, prenderebbe una decisione diversa? Se viene rimessa ad un terzo, allora non di diritto a morire si deve parlare, ma di “diritto a far morire” si parla. Chi sarebbe mai il legittimato a esercitarlo, nei confronti di chi, fino a che punto può spingersi? Una sentenza come quella di oggi, apre la via ad una strada pericolosa della quale non si vede la fine e si presta ad abusi sul diritto più alto di tutti: quello alla vita. Però, la cosa che più mi lascia sgomento è questo “tifo” per la morte. Quando ci sono casi come quello di Eluana mi turba vedere che vi sono dei politici-avvoltoi che piombano nella casa dello sventurato di turno a proporre la morte. Mi stupiscono quelli che, quando arriva il momento fatale, pur non essendo personalmente coinvolti, esclamano di fronte alla televisione: “Finalmente!”. Finalmente cosa? E’una persona che muore, non un reality! Di cosa vi state liberando, delle immagini di una poveraccia che soffre nel Tg all’ora di pranzo? Sono gli stessi ultrà della morte che tifano per l’aborto (altro caso in cui il diretto interessato non può scegliere tra la vita e la morte e sono altri a farlo per lui). Comprenderei un rispettoso silenzio anche da parte di chi è d’accordo con la sentenza della Cassazione, ma questa raccapricciante esultanza no! Si esulta per un miracolo, per una nascita, per una guarigione. Per la morte si resta in silenzio.
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4 commenti...
Re: Il valore della vita contro i rischi di un "diritto a far morire".
Ciao Alessandro, non sono per nulla d'accordo su quanto hai detto. Per Carità ognuno è libero di pensarla come vuole, specie su un tema così delicato, quello che non condivido nei tuoi ragionamenti sono i presupposti:
1)tu dici... il valore è la vita, non la morte! , in realtà il valori sono due, la vita e la morte, la nostra società ha eliminato il secondo e questo crea un atteggiamento poco sereno nei confronti della morte, una idea da scacciare, questo atteggiamento è grave , pensa se tutti noi fossimo educati a convivere con l'idea della morte, che senso daremmo a tutto quello che ci circonda?, questo mondo consumistico finirebbe velocemente, i valori in cui credere sarebbero ben altri, ed il senso della nostra esistenza sarebbe piu elevato, piu vicino a dio per chi crede.
2)tu dici che i familiari non dovrebbero avere il diritto di decidere la morte della loro figlia secondo propria coscienza. Forse non hai ben presente cosa vuol dire seguire un "un essere umano in stato vegetativo",vuol dire che la tua vita finisce dentro un ospedale. Vuol dire che oltre che morire tua figlia muori tu, giorno per giorno dentro un dolore infinito. Penso che sia condivisibile il tuo dubbio su chi possa esercitare il diritto di spegnere una macchina, ci sono casi infiniti e diversi, ma penso che sia sacrosanto da parte dei genitori poter continuare a vivere e non morire insieme alla loro figlia dentro un dramma infinito.
3)Te la prendi con le persone che esultano quando muore una persona in stato vegetativo. Certo dipende con quale leggerezza uno affronta questo tema, penso che molti come dici tu esultano senza aver ragionato piu di tanto su questo enorme problema ed allora capisco il tuo fastidio, dal mio canto che nella vita ho toccato con mano varie volte il dolore di gravi e lunghe malattie e la morte di chi ho voluto bene, posso dirti che anche io sono uno di quelli che apprendono gioiosamente la terminazione di uno stato vegetativo, perchè la vita ad ogni costo è un falso valore, un falso valore che appartiene ad una società che fugge dalla morte, che educa le persone a rimuovere l'idea della morte stessa dalla propria esistenza , come fai anche tu Alessandro. Saluti Francesco R.
Da francesco a
15/11/2008
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Re: Il valore della vita contro i rischi di un "diritto a far morire".
Non condivido una sola parola di quello che hai detto ,a rispetto la tua posizione. Una sola cosa ti devo dire: poiché non mi conosci, ti invito a risparmiarmi frasi tipo "una società che fugge dalla morte, che educa le persone a rimuovere l'idea della morte stessa dalla propria esistenza , come fai anche tu Alessandro." Non mi conosci. Lascia perdere.
Da 1418151@aruba.it a
15/11/2008
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Re: Il valore della vita contro i rischi di un "diritto a far morire".
Mi spiace di averti offeso, ho tratto semplicemente delle conclusioni dalle parole che hai scritto, spesso però quel che scriviamo non sintetizza in maniera esaustiva il nostro pensiero, per questo motivo avrei dovuto scrivere con meno perentorietà e con più prudenza, le parole sono importanti ed ho ecceduto nella frase finale ...ti chiedo scusa.
Avrei dovuto dire che da quel che hai scritto nel tuo articolo, traspare un modo di ragionare,un modo di affrontare il tema vita-morte figlio della nostra società. Mi sembra più rispettoso e corretto. Saluti Francesco R
Da Francesco a
16/11/2008
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Re: Il valore della vita contro i rischi di un "diritto a far morire".
Caro Francesco ci sono un pò di inesatezza in quel che dici, forse dirette conseguenza di un'ideologizzazione spicciola, che non ti ha permesso di capire bene questa vicenda.
Eluana non è già morta, nè è in uno stato irreversibile. Cosa vuol dire? Vuole dire che lei potrebbe riprendere a parlare, camminare, ecc anche oggi stesso, domani, fra un mese, fra un anno.
Questo perchè non è attaccata ad una macchina che le fa battere il cuore o le tiene il cervello in vita: lei ha un sondino che le dà da mangiare da bere.
Ad un neonato, sai bene, bisogna darli da mangiare, da solo non ce la fa: lo chiami accanimento o terapia invasiva? Se lo si lasciasse senza mangiare e bere tu parleresti di "morte naturale"? No, si parla di omicidio, come in questo caso.
Forse ciò che più mi fa schifo in questa storia è l'incoerenza.. ma perchè non proponete di spararle un colpo in testa? Una bella iniezione letale? Una bella gassata in qualche doccia di Hitleriana memoria? D'altronde la vostra cultura, quella del non rispetto per la vita, è figlia dell'uomo perfetto nazista. Non incazzatevi, ma voi venite da lì.
Francesco, tu credi che sia invasivo dare da mangiare ad una persona? Tu credi sia accanimento tutto ciò? E se lo credi (ti dico già che diresti una sciocchezza), dov'è l'umanità, dov'è la giustificazione nell'esultare per una ragazza che verrà uccisa - per mano del padre e dello stato italiano - facendola morire di fame e di sete? Neanche ad un cane!
Non ci sono altri "se", altri "ma".. la vicenda è chiara.
La vita è un bene prezioso, e avere o non avere paura di perderla è un sentimento personale, sicuramente soggettivo, indubbiamente non spiegabile banalmente con "la cultura della morte", ecc.
Da Daniele a
16/11/2008
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