Spesso dal cavo orale dei
colleghi di sinistra trabocca la parola “partecipazione”, poco usata da
lorsignori quando governano e citata a sproposito quando sono all’opposizione,
con finalità meramente dilatorie o ostruzionistiche (il che rappresenta, di per
se, il tradimento della partecipazione).
Prendiamo ad esempio la Regione, dove sono la maggioranza e governano da
quattro anni: avete mai visto utilizzare dal presidente e dalla sua maggioranza
metodi partecipativi almeno sulle grandi questioni? Tutt’altro: non solo
qualunque istanza in tale senso viene percepita con fastidio, non solo c’è una
conclamata incapacità di ascoltare gli enti locali (oltreché i cittadini), ma
addirittura si adottano metodi che, usando un eufemismo, definiamo “singolari”,
che sempre più spesso diventano materia per i tribunali (non solo
amministrativi). E perfino, quando questi ultimi si pronunciano in via
definitiva, non si accetta il verdetto e si aggiungono errori ad errori,
giocando d’azzardo con i soldi pubblici, spesi per affrontare liti temerarie
nei confronti di questo o di quello e per pagare avvocati di grido, capaci di
difendere l’Indifendibile. Tutto in nome di un decisionismo apparente: il
presidente sanlurese indica la via ostentando sicurezza, ma anziché trovare,
come lui sostiene, l’uscita dai problemi atavici che riguardano la nostra
Isola, sta solo facendo il giro dell’asino per ritrovarsi al punto di partenza.
Non se ne accorgono solo quegli attivisti di partito, quei presunti
intellettuali (i cui nomi, peraltro, ricorrono nell’elenco delle consulenze
della Regione) e i ragazzi pon-pon di
Legambiente, che probabilmente da tempo si sono trasferiti su Second Life e da
lì parlano di una Sardegna che non esiste. I sostenitori del metodo Soru dicono
che finalmente è finito l’immobilismo, ma non si sono resti conto che la
Sardegna corre sul posto e resta comunque ferma. Questo è quello che accade
quando sono al governo.
Quando sono all’opposizione,
supportati da quelle quattro persone organizzate in cinque associazioni (hanno
un’associazione o un comitato per tutto e contro tutto, ma sono sempre gli
stessi!), parlano di partecipazione ad ogni piè sospinto. Ove si trattasse di
partecipazione vera, invocata a monte delle decisioni, prima di un
pronunciamento dell’assemblea comunale – per fare l’esempio di Cagliari- e
compiuta secondo metodi certi (diversi da quelli usati da chi raccoglie firme
sul WEB perfino dall’Australia e dal Cile per un problema spiccatamente
locale), saremmo anche d’accordo. Il problema è che il centro-sinistra invoca
la partecipazione a valle: solo quando la decisione è già stata presa,
possibilmente quando un cantiere sta per partire e lo fa solo nel chiaro
intento di bloccare ogni decisione. Il trucco è un po’ subdolo: infatti, chi
chiede il rispetto per le decisioni prese viene immediatamente bollato come
colui che ha paura della volontà popolare, mentre chi lo propone in questa
versione furbesca appare come il tutore della democrazia, come se alle spalle,
anziché i soliti quattro attivisti delle cinque associazioni, avesse chissà
quali masse pronte a mobilitarsi. Spesso, però tra i due è proprio il secondo a
temere un pronunciamento della popolazione: prova ne sia che si guarda bene dal
proporre referendum et similia in
tempo utile da garantire una vera partecipazione. Prova ne sia altresì che,
quando sono loro al governo, della volontà popolare se ne infischiano perfino
quando i referendum vengono celebrati per davvero!
Un esempio pratico può essere la
vicenda dello stadio. Da anni si parla dell’opportunità di realizzare uno
stadio nuovo e nessuno ha parlato di referendum o di partecipazione. Nei mesi
scorsi il dibattito ha subito un’accelerazione e il Consiglio Comunale ha
approvato un ordine del giorno che impegna la giunta a concordare con il
Cagliari Calcio tempi e modi per realizzare un nuovo stadio. La sinistra
dapprima ha sperato in una spaccatura nella maggioranza. Poi, vista la mala parata,
ha iniziato un’attenta opera di disinformazione. Hanno detto che il Comune
regalerebbe l’area a Cellino e sono stati smentiti dalla nostra richiesta di
usare lo strumento del diritto di superficie (che allo scadere nel termine
riporterebbe nelle mani del Comune di Cagliari sia il fondo, sia il nuovo
stadio). Anche la gratuità è stata smentita, dato che il Cagliari pagherebbe un
corrispettivo, in caso di accordo e, inoltre, metterebbe la struttura a
disposizione dell’ente per realizzare i famosi grandi eventi, in cerca di
collocazione in città. Infine hanno cercato di strumentalizzare le
dichiarazioni di Gigi Riva, che, contrario allo stadio nuovo, chiede che si
continui ad utilizzare l’impianto realizzato nel 1970. Peccato che il
centro-sinistra in aula non solo non si è espresso sulla nostra proposta, ma
non ha votato nemmeno quella del consigliere Paolo Casu (del gruppo Misto)
che indicava proprio l’ipotesi formulata da Riva. Peccato anche che questi
finti sentimenti per il vecchio stadio siano smentiti anche dal fatto che nel
mese di Aprile, senza invocare allora coinvolgimenti della popolazione e
spingendo perché si provvedesse con la massima celerità, la sinistra ha votato
a favore della proposta di accordo di programma che in tutte e quattro le ipotesi
prevedeva l’eliminazione dello stadio dall’area su cui sorge attualmente per
realizzarvi una miriade di palazzi, tutti attaccati l’uno all’altro! Così come,
se la nostalgia è per il Cagliari dello scudetto, ricordiamo che fino
all’ultimo il centro-sinistra ha invitato a votare a favore del progetto di
rifacimento del vecchio stadio Amsicora (dove si disputò il campionato vinto
dal Cagliari), nonostante che, al di là dell’apprezzabilità del progetto (sulla
quale anche il sottoscritto si è espresso favorevolmente), vi fosse un’evidente
eccedenza di cubature.