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Inviato da: Alessandro Serra
10/04/2008

Molte delle regole non scritte che si usano oggi per progettare e costruire non hanno alcun fondamento e si basano solo su presupposti ideologici. L’architettura contemporanea rifugge da ogni criterio di qualità e pensa che questa sia una gran virtù. Così facendo finisce per obbedire solo ai meri criteri del design e abbatte ogni senso del bello che lega l’uomo al territorio, alla tradizione, alla sua cultura
di Nikos A. Salingaros
Il termine “ecofobia” si riferisce a un’irragionevole, seppur assai condizionata, avversione per le forme naturali. Tale espressione è stata utilizzata anche nella psicologia clinica per descrivere la paura della propria dimora, ma questa sua accezione pare sia divenuta obsoleta. Il filosofo Roger Scuton ha coniato il concetto, analogo, di “oicofobia” per indicare un irrazionale disprezzo nei confronti della propria cultura originaria. Entrambi crediamo che i due termini “ecofobia” e “oicofobia” siano in molti casi intercambiabili (linguisticamente, è possibile ricondurre la radice greca di “casa” tanto a ecos quanto a oicos).
In campo sociale, la nostra epoca vive in un quadro di profonde tensioni collettive e ideologiche. Tensioni particolarmente serie, quanto lo è la preoccupazione per il progressivo distacco dai princìpi insiti naturali. In tal senso, il secolo XXI è iniziato come una continuazione, e forse un’intensificazione, dei pregiudizi già osservati nel secolo precedente. Tali pregiudizi includono sdegno per le culture tradizionali e guerra a tutto ciò che lega un essere umano alla sua storia locale.
 Scruton ricorda che «l’oicofobo ripudia la lealtà verso la propria patria promuovendo istituzioni transnazionali a discapito dei governi nazionali […] e stabilisce la propria visione politica nel novero di valori universali che debbono essere purificati da tutti i legami con la comunità storica reale». E così si produce l’“uomo moderno”, individuo disposto ad abbracciare ogni sorta di giocattolo tecnologico e allo stesso tempo capace di respingere soluzioni progredite che hanno tenuto unita la società per millenni.

Ideologia e pubblicità
Come Scruton fa notare, nell’ecofobia è presente una rilevante componente politica, dal momento che molti partiti politici cercano di promuoversi con la promessa di liberarci dai problemi della società e accogliendo universali (e altresì astratte) utopie. Governi di orientamenti completamente diversi sono comunque caduti nell’infatuazione per idee e per princìpi estranei alla loro cultura, e questa dipendenza viene manipolata a beneficio delle multinazionali. Queste ultime trovano infatti terreno favorevole di diffusione nella cultura pubblicitaria, la quale promuove a gran voce prodotti stranieri sui mercati locali giacché oggi è in grado di raggiungere le aree più remote del pianeta intero.
Allo stesso tempo, accade che le tradizioni locali vengano cancellate insieme a ciò che teneva unite le società in cui esse erano radicate. Il fenomeno soggiacente che osserviamo è infatti il disconoscimento, se non addirittura l’avversione, per la propria cultura, oltre che per le sue pratiche e i suoi artefatti. Questo odio consequenziale all’avvento della nuova filosofia nichilista spinge le persone a ripudiare ciò che tradizionalmente appartiene loro, spingendole ad abbracciare nuovi ed estranei simboli di grandioso progresso, quasi costoro stessero aprendo le porte a qualcosa di davvero migliore.
L’architettura, intesa qui come immagine, è ormai presente nel retaggio di qualunque individuo dal momento che opera in un contesto mondiale. E certamente per tutti sacrificare l’identità onde accogliere la globalizzazione comporta la corruzione di quei valori e di quelle convinzioni che nelle culture tradizionali le persone hanno invece sostenuto nel corso di millenni. 

L’odierna architettura glamour è invece al servizio di una cultura di “mercato e consumo”. I suoi valori e i suoi credo fondano oramai e strutturano la prassi architettonica negli Stati Uniti, e progressivamente si vanno imponendo in tutto il mondo.
Foraggiato da miliardi di dollari d’investimenti, questo processo di promozione dei nuovi simboli estranei al processo storico-culturale delle comunità è sostenuto dal fatto che il resto del mondo è condizionato a comperare ciò che l’Occidente mette in vendita. Siccome sono in cerca di un più ampio accesso alle risorse non sfruttate di altri Paesi industrializzati, le università e le istituzioni culturali occidentali presentano, sotto l’aspetto ammaliante della prosperità occidentale, un insieme di elementi che sono in grado solo di distruggere la cultura. Questi valori riescono efficacemente a destabilizzare il senso tradizionale della civiltà. Forti interessi commerciali vanno di pari passo con lo sfruttamento economico che passa attraverso l’imposizione dei ringalluzziti architetti contemporanei nel resto del mondo. I governi credono, sbagliando, di fare cosa buona per i cittadini quando fanno erigere costruzioni “vetrina”, come per esempio certi musei, da certi architetti famosi a livello internazionale. Invece, così facendo, permettono l’ingresso di agenti d’intolleranza e aprono la strada all’estinzione del retaggio architettonico locale.

Noi, maestri di assurdità
I giovani sono esposti alle immagini promozionali dei progetti, attraverso le scuole e i mass-media, e si sentono dire che proprio questo è ciò che essi debbono valorizzare da quel momento in poi. Sono indottrinati a odiare e a distruggere le tradizionali espressioni architettoniche, quasi questo fosse un nobile atteggiamento da perseguire.
Molte persone incolpano correttamente l’Occidente e certi influenti interessi di parte di aver condotto i giovani dei diversi Paesi a ribellarsi contro la propria stessa cultura. D’altra parte, per le ricche nazioni occidentali insegnare il nichilismo viene valutato semplicisticamente come un’altra sciocchezza della società contemporanea, il che fa il paio per esempio con la pseudoarte che profana intenzionalmente Dio. Ma, sviluppandola, i diversi Paesi si espongono a rischiare tutto ciò che posseggono – la loro arte e la loro architettura tradizionali – mentre, su questo punto, imitano l’Occidente.
La nostra proposta di riforma educativa vorrebbe immediatamente fermare l’indottrinamento all’odio verso il proprio retaggio e verso la propria cultura. Nessun crimine è più imperdonabile del parricidio, l’uccidere i propri genitori. Ma come dovremmo altrimenti giudicare una scuola di architettura che insegna agli studenti a disprezzare le proprie origini culturali, instillando in loro un ardente desiderio di distruggerle?

L’obiettivo su cui focalizzare l’attenzione è la società che ha prodotto questi individui ideologicamente indottrinati, la quale condivide la responsabilità con i genitori biologici di quegli studenti. Ci preoccupa molto la diffusione delle immagini della Bauhaus e delle pratiche introdotte nell’educazione architettonica dei Paesi in via di sviluppo. La stampa le proclama infatti attività innovative, ben poco intuendo quale pericolo incomba sulla tradizione di quei Paesi che le accolgono.
L’utilizzo del sapere scientifico come nuovo paradigma d’insegnamento dell’architettura è senz’altro di grande beneficio. Il modo per ristabilire l’architettura quale disciplina fondata sul sapere consiste semplicemente nella ricostruzione della sua base conoscitiva. Senza una base conoscitiva fondata nella realtà della percezione umana e della scienza, l’architettura rimane aperta alla corruzione e cade preda dei capricci dell’ideologia, della moda e del culto dell’individuo. Tenendo conto delle debite differenze che corrono tra scienza e architettura, sono quindi diverse le lezioni che si possono apprendere dalla sovrapposizione di quelle due strutture intellettuali. La scienza e la ricerca scientifica operano per mezzo dell’applicazione di una serie di conoscenze di base che sono state accumulate nel tempo. Gli scienziati intraprendono una ricerca con il desiderio di estendere il corpus delle conoscenze specifiche di una disciplina. In questo modo documentano quindi meticolosamente i risultati ottenuti nelle investigazioni, includendoli nel più grande alveo del sapere. Le discipline scientifiche sviluppano dunque linguaggi adatti a questo scopo di lungo termine, permettendo di trascrivere e di salvare le conoscenze scoperte per le generazioni successive. Il sapere stesso si basa sulla disponibilità di un efficiente meccanismo d’immagazzinamento delle informazioni.

Lo sprone della scienza
Questo processo di documentazione è allora quello che consente agli scienziati di costruire sulle scoperte precedenti. È un sistema che mette al riparo dalla necessità di “riscoprire la ruota” ogni qualvolta si debba eseguire un’applicazione di base. La scienza possiede anche un meccanismo che consente di setacciare il superfluo, scartando le informazioni obsolete dal corpo di lavoro del sapere. Una teoria che viene sostituita o che si dimostra sbagliata viene immediatamente accantonata, oppure è data in consegna a coloro che coltivano un interesse strettamente storico. E questo ricambio si genera poiché il fondamento di ciò che spiega i fenomeni è l’idea di utilizzare sempre un metodo migliore rispetto a quello adoperato fino a quel momento.  La scienza va quindi espandendo costantemente la propria base d’informazioni, benché mantenga il proprio ordine e il proprio rilievo in un corpus compatto di conoscenze.
Il processo avviene attraverso un riordino e una sintesi organica delle informazioni scientifiche. Il sapere può essere utile se è facilmente ritrovabile, e questo dipende da una sistematizzazione efficiente.

Per contro, invece, l’architettura deve ancora sviluppare un efficace sistema di riordino delle informazioni ereditate. In realtà, ciò che è successo in architettura è impensabile per le scienze: a un certo momento degli anni Venti del secolo scorso, un gruppo d’ideologi alla ricerca d’innovazione progettuale ha arbitrariamente scartato la base informativa dell’architettura. La scusa per legittimare tale eliminazione fu il desiderio di aiutare la disciplina ad avventurarsi in territori nuovi. Né si avvertì alcun obbligo di conservare le conoscenze precedentemente sviluppate. Ovviamente, dato che non si sentì nemmeno il bisogno di documentare le informazioni ereditate, si considerò altrettanto inutile sviluppare un sistema di riordino della conoscenza sin lì accumulata. Così l’innovazione architettonica è stata giudicata di successo solo nella misura in cui ignorava il sistema di conoscenze che l’aveva preceduta.

Il gusto estetico
Paradossalmente, questa pratica devastante ha indotto alla produzione di una pletora di stili in contraddizione reciproca, e gli architetti hanno fallito lo sviluppo o l’implementazione di un sistema organizzativo proprio a causa degli stili che praticavano. I campioni di uno stile combattevano contro quelli degli altri, dichiarando questi ultimi inutili, obsoleti o moralmente indifendibili. L’irrisolvibile disputa che ne è scaturita è quindi divenuta fonte del terribile conflitto sistemico che conosciamo. Gli stili vengono infatti convalidati solo se approvati dagli autonominatisi “creatori del gusto estetico” della disciplina, un atteggiamento difensivo che vale a rendere l’architettura sempre più misteriosa e inaccessibile a coloro che non vengono istruiti nell’approccio con le sue molteplici “teorie”.
D’altra parte, benché possa diventare polemico, il dibattito scientifico conosce, per scelta deliberata, severe linee guida. Il criterio scientifico per avallare la validità di una teoria è comprendere se una determinata conoscenza spieghi adeguatamente i fenomeni e se nel metodo che applica crei o stabilisca qualcosa di valevole per l’umanità. Gli scienziati abbandonano una vecchia convinzione sebbene sia supportata da un largo numero di aderenti allorché questa non spiega le strutture osservate. Le dispute possono essere intense, ma di solito sono brevi. Alla fine gli scienziati raggiungono un consenso su base sperimentale.

La perdita d’informazioni
Se adottassimo l’approccio scientifico, non toglieremmo arbitrariamente nulla dalla banca dati d’informazioni di una disciplina. Molti architetti non trattano ancora l’architettura come vorrebbe uno scienziato, dato che si trattengono dalla ricerca della sua base dimostrativa. La catastrofica perdita d’informazione urbanistica e architettonica che si è verificata in seguito alla Seconda guerra mondiale, e attuata dai maestri filomodernisti che hanno rilevato le scuole di architettura, non avrebbe mai avuto modo di verificarsi se avessimo seguito un modello scientifico che determinasse la nostra architettura.
La conoscenza trasmessa è ancora troppo preziosa per essere scartata capricciosamente. Il sapere più antico può essere rimpiazzato solo da un’aggiornata struttura chiarificatrice, non da idee e da opinioni non comprovate. Di nuovo e ancora, ritorniamo alla necessità di un insieme di criteri basati sulle prove empiriche per giudicare cosa sia degno di stima in architettura.
Nei tipici corsi di teoria architettonica, una raccolta di saggi, spesso oscuri e tra di loro contradditori, lascia uno studente sconcertato su cosa sia rilevante e cosa no. Per di più, questi interventi vengono presentati come fossero tutti ugualmente validi, dato che sono inclusi in alcune autorevoli antologie. Agli studenti non è offerto alcun criterio di giudizio: in effetti, né il loro docente, né il curatore dell’antologia avrebbero osato adottare una qualunque unità di misura che rendesse tale giudizio possibile. Agire in quel modo vorrebbe dire essere automaticamente interpretati come persone che preferiscono un certo punto di vista rispetto a un altro, insomma degli antidemocratici.

Il culto del brutto inutile
Tuttavia, questa scorretta nozione di pluralismo mette in luce ciò che è stato considerato necessario per l’evoluzione di qualsiasi disciplina sviluppata in senso intellettualistico. Nozioni sorpassate e screditate che continuano a riapparire nei saggi di architettura dovrebbero venire una buona volta inghiottite nell’oscurità. Senza un criterio che spieghi cosa sia valido e cosa non lo sia, gli architetti non possono realmente consentire che un qualunque elemento venga eliminato, se questo può essere associato all’ideologia regnante. Ciò significa che si perpetua senza fine un inutile chiacchiericcio intellettuale.
Diversi stili, in effetti, possono essere legati assieme dalla comunanza delle soluzioni positive che ognuno di essi offre e questo introducendo una classificazione teoretica delle tipologie architettoniche in una parte essenziale del nuovo curriculum. Molti di questi stili sono da giudicarsi inadeguati perché non sono al servizio delle necessità umane e la potenzialità discernitiva degli attuali programmi di architettura deve essere adeguata a questo principio. Se si osserva con attenzione, è possibile scoprire che molte delle regole non scritte oggi in uso non hanno fondamento in senso architettonico, ma si basano esclusivamente su presupposti ideologici. L’architettura non potrà progredire se continuerà a supportare ciecamente i dogmi del design.

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 Alessandro Serra - Cagliari