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Inviato da: Alessandro Serra
30/03/2008

«Dina era l’amore della mia vita, basta con le voci infamanti su di noi e su nostra figlia»

di Valeria Gianoglio GAVOI. Non riesce più a dormire, a leggere i giornali, a guardare la tv e neanche più a sedersi, Francesco Rocca. «Perché tutto, persino il divano, in questa casa mi ricorda Dina» dice, mentre volge uno sguardo sconsolato ai quadri, ai libri, al morbido tappeto arancione e ai mobili moderni e minimali che arredano il soggiorno di via Sant’Antiocru 64. «Ma li prenderanno, sono certo che li prenderanno, gli assassini. Poi mi piacerebbe vederli in faccia per capire cosa volessero fare e perché. Sono convinto che si tratti di manovalanza bassa del posto assoldata da qualcuno di più esperto che forse sta fuori». Davanti ha una foto della sua amata Dina che sorride, vicino due lumini piccoli piccoli e una rosa arancione. A distanza di giorni Francesco Rocca ha voglia di parlare. Di spiegarsi, di raccontare le ultime ore con sua moglie e sì, anche di spazzare via le tante, troppe voci che si stanno rincorrendo in paese. Compresa quella di un suo eventuale coinvolgimento in questa terribile storia. Ma non risponde direttamente alle subdole calunnie di pochi. No, se anche gli fanno male, Francesco Rocca lo dice subito che «l’unico mio pensiero è rivolto a Dina e alla bambina». Li chiama «imbecilli» quelli «che godono a mettere in giro voci infamanti». Ma poi precisa che per fortuna si tratta di pochi. Perché adesso più che mai sta ricevendo solidarietà da chiunque. E poi ci sono quei cinquemila che il giorno prima, come un fiume, si sono riversati in chiesa e in piazza San Gavino per il funerale di sua moglie. La piccola Elisabetta, in queste ore, non è in casa con lui. È in paese, con la zia materna Graziella, circondata dall’amore di tanti parenti e amici. Lui, Francesco, invece, è ancora lì, nella palazzina a due piani di via Sant’Antiocru, nella periferia del paese. Che tiene aperto il portone di casa, ogni tanto si affaccia al balcone e butta uno sguardo distratto e malinconico al panorama tutto verde, alla case, alle telecamere che ancora stazionano sotto la sua palazzina. Nel frattempo risponde con gentilezza al telefono - «mi stanno chiamando da tutta Italia» - riceve l’abbraccio di una marea di amici, colleghi e conoscenti. E pensa, riflette un po’ più a freddo su quel terribile mercoledì che gli ha stravolto per sempre la vita. Lo ricorda bene, Francesco Rocca, quel maledetto mercoledì scorso. Più passano le ore, più gli amici e gli investigatori gli chiedono, più lui rispolvera qualche particolare in più di quei momenti. Dal soggiorno, per raccontare, preferisce spostarsi nel cucinotto. Il via vai in casa è tanto e lui forse ha bisogno di un piccolo momento di tranquillità. Chiude la porta con gentilezza, lascia fuori il mondo e con la mente, piano piano, torna a quel giorno. Sempre in piedi, braccia incrociate, completo di velluto marrone scuro e camicia celeste. - Cosa ricorda di quel terribile mercoledì scorso? «Mercoledì mattina ero a Nuoro da un paziente nel mio ambulatorio di dentista poi sono tornato a Gavoi perché dovevo pranzare con Dina a casa di mia suocera. Come sono tornato in paese sono passato a casa a prendere la bambina perché mia moglie aveva bisogno di un po’ di tempo in più per prepararsi. Così io sono uscito prima e lei ci ha raggiunti. Abbiamo pranzato insieme dalla mamma. Era tutto a posto, tutto tranquillo come sempre». È una giornata come tante, insomma, quella dei coniugi Rocca-Dore. Lui, alle prese con gli impegni di lavoro. Lei, con la piccola Elisabetta. Subito dopo pranzo, Francesco decide di avvicinarsi nella casa di Gavoi (quella venduta dai familiari dell’avvocato Piras) dove di qui a poco si trasferirà. «Ci sono andato perché volevo prendere l’altra auto che avevo lasciato nel garage di quella casa - racconta - quindi prendo la Bmw, passo un secondo dai miei genitori per salutarli e prendere il caffè, infine parto per Nuoro insieme alla mia assistente di ambulatorio e a un’amica che avrei dovuto curare quel pomeriggio». - Cosa è successo nel pomeriggio? «Avevo il primo appuntamento alle 15 in studio e dalle 15 non mi sono più mosso da lì. In realtà più tardi sarei dovuto andare a Oliena per una riunione politica, ma non ce l’ho fatta, così ho avvisato i compagni di partito: avevo troppo lavoro. A un certo punto della serata, come faccio sempre, ho chiamato Dina per sapere come stava, se era tutto a posto. Erano le 18.45 ma lei non mi ha risposto. Ma in ogni caso non mi sono preoccupato più di tanto: lo faceva spesso quando era con la bambina, e magari doveva dargli da mangiare oppure cambiare il pannolino. Allora sono tornato dentro dai miei pazienti. Ma non ho smesso di provare a chiamarla. Ci ho tentato altre due volte, ma neanche allora la cosa mi ha insospettito: ho pensato che a una mamma può sicuramente succedere di essere impegnata». - A che ora è tornato a Gavoi? «Alle 20.37 ho finito di lavorare, siamo ripartiti verso Gavoi con la mia assistente e con la mia amica paziente. Siamo tutti di Gavoi per cui dovevamo tornare in paese. Prima ho accompagnato a casa la mia assistente e la mia paziente, poi mi sono diretto al bar di via Roma all’altezza del curvone. Vado spesso lì, quando torno, anche perché c’è vicino la casa della mamma di Dina, e da quel punto riesco a vedere se la macchina di Dina è ancora dalla madre. Ma ho visto che l’auto non c’era e ho pensato che dunque, Dina, doveva già essere a casa. Erano circa le 21. Sono entrato al bar un secondo ma sono andato via subito». - Il garage era aperto quando è arrivato davanti a casa sua? «Sono arrivato davanti al garage come faccio sempre, ho pigiato sul telecomando che apre il garage. Ma mi sembra di ricordare che la saracinesca era già un po’ aperta. Io entro sempre a casa dal garage, l’auto la parcheggio fuori e così ho fatto anche mercoledì. Ho visto nella penombra che la Fiat Punto di Dina era dentro, sulla sinistra. Allora ho premuto l’interruttore e acceso la luce. È stata una scena terribile: ho visto le pinze per terra, tracce di sangue, il seggiolino della bambina poggiato sul pavimento ma girato di spalle rispetto a me. Per questo non ho visto Elisabetta, si vede che non stava neppure piangendo, in quel momento. Proprio in quell’istante fuori stava passando in auto la vicina di casa. Allora mi ha visto, è entrata ed è stata lei a trovare la bambina, dopo aver girato e guardato il seggiolino poggiato per terra. Io, invece, sono salito su in casa per controllare. Passando nell’andito che collega il garage con l’ingresso del locale caldaia ho notato una traccia di sangue. Vi lascio immaginare il mio spavento. Sono salito su ma non trovato nulla e nessuno: era tutto in ordine». - A cosa ha pensato in quel momento: a una rapina o a un sequestro? «Ho pensato a un sequestro. Alla rapina non ho pensato perché ripeto, era tutto in ordine. Ero tranquillo anche per i fucili che ho in casa perché sono sempre stato attento a questo: in casa li tengo in un’apposita stanza blindata. Una stanza che chiudo sempre a chiave. Ho due chiavi, e quella che lascio in casa la nascondo sempre in un posto diverso tanto è vero che neanche Dina, la maggior parte delle volte, sa dove si trova. Dopo aver controllato tutto ho dato l’allarme». - Si è fatto un’idea di cosa sia accaduto e di chi ci possa essere dietro questa terribile vicenda? «Per me questi qua si sono lasciati prendere dal panico. Per me sono manovalanza bassa, assoldata da un professionista del mestiere. Sono stati talmente imbecilli da non sapere neanche delinquere. Può darsi che la mente sia di fuori, ma per me la manovalanza è gente del posto. È lampante, del resto: hanno agito in pieno giorno in paese. Come si può pensare diversamente? C’è l’appoggio di gente del posto». - Lei e Dina pensavate di essere a rischio, adottavate particolari precauzioni oppure vivevate tranquilli? «Vivevamo assolutamente tranquilli e sereni. Come una normale coppia. Dina e io siamo comunque abbastanza abitudinari. Io sono spesso in viaggio per lavoro, per raggiungere i miei studi. Dina, invece, di solito andava a pranzo dalla mamma e rincasava con la bambina prima che facesse buio. Da casa di mia suocera si vede casa nostra. E quella sera, mia suocera, a un certo punto si è un po’ preoccupata quando in lontananza ha visto che le luci di casa non si erano accese. Una cosa è certa, comunque: non temevamo sequestri, pensavamo ormai di essere fuori da certe cose». - Com’era il suo rapporto con sua moglie Dina? «Che dire? Era l’amore della mia vita. Ci frequentavamo da quando avevamo circa 14 anni, ci siamo sposati alcuni anni fa dopo un lungo fidanzamento. Condividevamo la stessa cricca, anche adesso, e passavamo tutto il tempo che ci era possibile in famiglia e con gli amici. Anche a Pasqua e a Pasquetta eravamo insieme da mia cognata Graziella, abbiamo trascorso lì, nella casa in campagna, le feste. Certo, io non sono il tipo che passeggia con la sua donna mano nella mano ma questo non significa che non l’amassi tanto. È solo un modo diverso di esprimere l’amore». - Tra le tante voci che si sono rincorse, c’è stata anche quella di chi insinuava che la bambina non fosse stata una scelta condivisa. «Non è affatto vero. Elisabetta è stata una scelta voluta con forza da entrambi. Una scelta consapevole e decisa sin dall’inizio e in ogni suo aspetto». - È fiducioso sull’esito delle indagini? «Sono convinto che li troveranno, perché è terribile che ci siano persone del genere in giro, che hanno paura di essere presi, di qualche vendetta. È davvero terribile. Ma sono sicuro che li troveranno». - In questi giorni si è discusso molto del ritardo con cui è stato scoperto il corpo nel portabagagli della Punto. Cosa si sente di dire a proposito, più a freddo? «Posso solo dire che se anche il bagagliaio fosse stato aperto subito, purtroppo non sarebbe cambiato nulla, non sarebbe servito a niente perché mia moglie era già morta. E neppure io, del resto, ho pensato ad aprirlo. Anzi, ho pensato a tutto fuorchè a guardare lì dentro. Eppure avrei dovuto insospettirmi perché c’erano le ruote del passeggino poggiate sul pavimento e io so benissimo che Dina non le toglieva mai dal portabagagli perché se ne serviva quando andava a casa della madre. Solo allora le toglieva, montava il passeggino e sistemava Elisabetta. Ma in quel momento, quando sono entrato in garage la cosa non mi ha insospettito lo stesso, ho pensato solo di guardare nelle stanze dei piani superiori». - Chi le ha dato la tremenda notizia del ritrovamento del corpo? «Un amico delle forze dell’ordine. Mi hanno portato in commissariato per dirmelo. Mi ha fatto sedere e mi ha spiegato che era stato trovato il corpo nel portabagagli. Non so neppure spiegare cosa ho provato in quel momento. È stato tremendo». - Come sta vivendo queste ore, il trambusto, le voci e la solidarietà, la gente che la chiama? «Le dico solo che non riesco più a dormire, a leggere neppure una riga del giornale, a guardare la tv. Non riesco più a stare in questa casa e a sedermi perché tutto qui, in questa palazzina, mi ricorda Dina. Qui ogni cosa mi ricorda lei perché è stata lei ad arredarla: quadri, mobili, libri, tappeti. Ogni oggetto lo ha scelto lei. Per questo ho deciso: finito questo trambusto voglio andarmene da qui per dare tranquillità alla bambina. Ci trasferiremo nella nuova casa che ho comprato. Stavo proprio finendo di imbiancarla». - Si sentirebbe di dire qualcosa a chi, mercoledì, è entrato in casa sua? «Prima lasciamo che li prendano. Io ne sono certo: li prenderanno, ma non ho idea di chi sono. Poi, dopo che li avranno presi mi piacerebbe guardarli in faccia. Voglio capire se volevano uccidere, voglio capire perché è successo».
 
Da "La Nuova Sardegna".

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 Alessandro Serra - Cagliari